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Relazioni: con gli altri, con te stesso Vuoi conoscere la qualità della relazione che vivi con gli altri? Osserva la relazione che hai con te stesso.

È una domanda apparentemente semplice, ma può portarci molto lontano.

Passiamo gran parte della nostra vita in relazione. Con un compagno o una compagna, con i figli, con gli amici, con i colleghi, con chi incontriamo per pochi minuti e con chi cammina accanto a noi per anni. Eppure, dietro tutte queste relazioni, ce n’è una che non possiamo interrompere: quella con noi stessi.

Possiamo cambiare lavoro, città, partner, amicizie.

Non possiamo uscire da noi.

Per questo, prima di domandarci continuamente perché gli altri non ci comprendano, non ci amino abbastanza, ci deludano o non rispondano alle nostre aspettative, forse vale la pena fare un movimento diverso.

Tornare dentro. E domandarci:

come sto con me stesso quando nessuno mi guarda?

Ogni relazione è un incontro tra due mondi interiori

Tendiamo a pensare alla relazione come a qualcosa che accade “tra” due persone.

Ed è certamente così.

Ma prima ancora che due persone si incontrino, arrivano all’incontro con tutto ciò che portano dentro.

La propria storia. Le proprie paure. Le ferite. I desideri. Le aspettative.

Il bisogno di riconoscimento. La capacità di fidarsi. Il modo in cui hanno imparato ad amare.

Il rapporto con il proprio corpo. L’immagine che hanno di sé.

Per questo una relazione non è mai soltanto l’incontro tra due individui.

È l’incontro tra due mondi interiori.

E se non siamo consapevoli di ciò che portiamo con noi, rischiamo di attribuire continuamente all’altro ciò che nasce anche dentro di noi.

La metà della strada che ci appartiene

Mi piace immaginare una relazione come un punto di incontro verso il quale due persone camminano.

Ognuno compie la propria metà della strada.

Posso desiderare profondamente l’incontro, ma non posso percorrere la metà che appartiene all’altro.

Posso ascoltare. Essere presente. Dire la mia verità. Chiedere scusa.

Cambiare un comportamento. Offrire amore. Ma non posso obbligare l’altro a fare il suo percorso.

Questa consapevolezza è liberante.

Perché molto della nostra sofferenza relazionale nasce dal tentativo di controllare la metà della strada altrui.

Vorremmo che l’altro capisse. Cambiasse. Ci rassicurasse.

Rispondesse come desideriamo.

Ma l’unico spazio su cui possiamo realmente lavorare è il nostro.

La domanda diventa allora:

come sto percorrendo la mia metà?

Con paura? Con aspettative? Con sincerità?

Con bisogno? Con amore? Con risentimento?

Con libertà?

Come ti parli quando sbagli?

Uno degli indicatori più semplici della relazione con noi stessi è il dialogo interiore.

Che cosa ti dici quando sbagli?

“Sei incapace.” “Non ne fai mai una giusta.” “Dovevi essere migliore.”

Oppure:

“Ho sbagliato. Che cosa posso comprendere?”

Sembrano differenze piccole. Non lo sono.

Il modo in cui ci trattiamo nei momenti di fragilità diventa spesso il modello con cui trattiamo anche gli altri.

Chi non concede a sé stesso il diritto di sbagliare farà fatica a tollerare l’errore altrui.

Chi si giudica continuamente tenderà facilmente al giudizio.

Chi vive chiedendo a sé stesso prestazioni e perfezione rischierà di trasferire la stessa aspettativa nelle relazioni.

Non sempre ce ne accorgiamo.

Ma portiamo fuori il clima che coltiviamo dentro.

Se non ti ascolti, come puoi ascoltare?

Ascoltare davvero qualcuno è difficile.

Significa sospendere, almeno per qualche momento, il bisogno di rispondere, spiegare, correggere.

Ma prima ancora richiede la capacità di ascoltare sé stessi.

Molte persone sono così lontane dal proprio sentire che non sanno più distinguere ciò che desiderano da ciò che pensano di dover desiderare.

Dicono sì quando sentono no. Restano quando vorrebbero andare.

Parlano quando avrebbero bisogno di silenzio.

Si mostrano forti quando avrebbero bisogno di chiedere aiuto.

Come possiamo incontrare davvero l’altro se non riusciamo più a incontrare ciò che accade dentro di noi?

L’ascolto relazionale nasce dall’ascolto interiore. Non per diventare autoreferenziali.

Ma perché una persona che riconosce il proprio mondo interno ha meno bisogno di proiettarlo sull’altro.

L’altro non deve guarire le nostre ferite

Nelle relazioni affettive questo passaggio diventa ancora più importante.

A volte chiediamo inconsapevolmente alla persona che amiamo di guarire ferite che esistevano prima che la incontrassimo.

Se abbiamo paura dell’abbandono, cerchiamo continue rassicurazioni.

Se abbiamo bisogno di approvazione, interpretiamo ogni distanza come rifiuto.

Se non sentiamo valore dentro di noi, chiediamo all’altro di confermarcelo continuamente.

E finiamo per chiamare amore ciò che è soprattutto bisogno.

Non c’è nulla di sbagliato nell’avere bisogno dell’altro.

Siamo esseri relazionali.

Il problema nasce quando trasformiamo l’altro nel responsabile esclusivo del nostro equilibrio.

Nessuno può riempire definitivamente uno spazio che noi continuiamo a vivere come vuoto.

Una relazione può sostenerci.

Può aiutarci. Può perfino contribuire a guarire.

Ma non può sostituire completamente il lavoro che ci appartiene.

Amarsi non significa pensarsi perfetti

Parliamo molto di amore verso sé stessi.

Talvolta, però, lo trasformiamo in una forma di narcisismo spirituale: “io vengo prima di tutti”, “devo pensare solo al mio benessere”, “se qualcosa mi disturba lo elimino”.

Non è questo che intendo.

Amare sé stessi significa innanzitutto riconoscersi. Vedere la propria luce e le proprie ombre.

Accogliere la fragilità senza usarla come alibi. Riconoscere gli errori senza trasformarli in identità.

Prendersi cura del corpo. Rispettare i propri limiti.

Essere capaci di perdonarsi. Dire no quando serve.

E avere anche il coraggio di chiedersi:

in quale parte di questa situazione sono responsabile io?

L’amore autentico non elimina la responsabilità.

La rende possibile.

Le aspettative: amare l’altro o la nostra idea dell’altro?

Molti conflitti nascono dalla distanza tra la persona reale e la persona che vorremmo avere davanti.

Costruiamo immagini. Come dovrebbe comportarsi un partner.

Come dovrebbe essere un figlio. Come dovrebbe reagire un amico.

Come dovrebbe lavorare un collega. Poi soffriamo quando la realtà non coincide con la nostra rappresentazione.

Ma chi stiamo incontrando davvero?

L’altro? Oppure la nostra idea dell’altro?

Amare significa anche lasciare cadere una parte delle aspettative per vedere la persona.

Questo non significa accettare qualsiasi comportamento.

Possiamo porre limiti. Possiamo allontanarci.

Possiamo scegliere che una relazione non sia più sana per noi.

Ma è molto diverso scegliere con consapevolezza dal pretendere di modellare continuamente l’altro secondo i nostri bisogni.

L’amore senza possesso

Una delle forme più alte della relazione, per me, è quella in cui l’amore non coincide con il possesso.

Ti amo, ma non sei mio. Ti scelgo, ma non ti imprigiono.

Desidero la tua presenza, ma non voglio che tu rinunci alla tua verità per rassicurare la mia paura.

È difficile. Perché l’ego cerca sicurezza.

Vuole definire. Trattenere. Controllare.

L’amore, invece, contiene sempre una quota di libertà.

E proprio per questo contiene anche vulnerabilità.

Non abbiamo garanzia assoluta che l’altro resterà.

Non possiamo impedire alla vita di cambiare.

Possiamo soltanto essere pienamente presenti nella relazione mentre c’è.

E forse è proprio questa precarietà a renderla così preziosa.

I confini sono parte dell’amore

Non giudicare non significa permettere tutto.

Amare non significa sopportare qualsiasi cosa.

Una relazione sana ha bisogno anche di confini.

Dire: “questo mi fa male.” “questo non lo accetto.”

“qui ho bisogno di distanza.”

può essere un atto d’amore verso sé stessi e, a volte, anche verso l’altro.

Il confine sano non nasce dalla volontà di punire.

Nasce dal riconoscimento della propria dignità.

Se non sappiamo porre confini, possiamo accumulare risentimento.

E il risentimento, prima o poi, entra nella relazione.

Le relazioni come specchio

Gli altri hanno una capacità straordinaria di mostrarci parti di noi che, da soli, vedremmo difficilmente.

La gelosia. Il bisogno di controllo. La paura di non essere abbastanza.

Il bisogno di avere ragione. La difficoltà ad affidarsi. La tendenza a fuggire.

In questo senso una relazione può diventare una grande scuola di consapevolezza.

Quando qualcosa nell’altro ci attiva fortemente, possiamo certamente osservare il suo comportamento.

Ma possiamo anche chiederci:

che cosa sta toccando dentro di me?

Non per attribuirci la colpa di tutto. Ma per usare l’esperienza come occasione di conoscenza.

L’altro può essere uno specchio. E uno specchio non è sempre piacevole.

Ma può essere prezioso.

La relazione con il corpo

Anche il rapporto con il corpo influenza il modo in cui entriamo in relazione.

Se viviamo il corpo con vergogna, giudizio o rifiuto, porteremo quella tensione anche nell’intimità.

Se lo trattiamo soltanto come strumento di performance, avremo difficoltà a sentirlo come luogo di ascolto.

Se invece impariamo a riconoscere il corpo come parte viva del nostro essere, cambia anche il contatto.

Diventa più autentico. Più presente. Meno performativo.

Questo vale nella sessualità, ma anche in un abbraccio, in uno sguardo, nella vicinanza.

Il corpo racconta sempre qualcosa della nostra capacità di stare in relazione.

Perdonarsi per poter perdonare

Il perdono è un’altra dimensione importante.

Chi non riesce a perdonare sé stesso spesso conserva dentro una rigidità che trasferisce anche sugli altri.

Perdonarsi non significa cancellare la responsabilità.

Significa smettere di condannarsi per sempre per ciò che si è fatto.

È dire: ho sbagliato. Ne rispondo. Imparo.

Ma non sono soltanto quell’errore.

Quando riusciamo a fare questo movimento verso noi stessi, diventa più possibile farlo anche nei confronti degli altri.

Non sempre significa riconciliarsi.

A volte il perdono avviene anche mantenendo una distanza.

Ma libera energia.

Ci permette di smettere di trasportare continuamente il passato dentro il presente.

Le relazioni sul lavoro

Tutto questo non riguarda soltanto la coppia o gli affetti.

Vale anche nel lavoro.

Un leader che vive nella paura tenderà a controllare.

Un manager che ha bisogno continuo di dimostrare il proprio valore potrà vivere il talento altrui come minaccia.

Una persona incapace di riconoscere i propri errori costruirà ambienti in cui nessuno vuole esporsi.

Al contrario, chi possiede maggiore consapevolezza interiore riesce più facilmente ad ascoltare, delegare, chiedere scusa, riconoscere valore.

Portiamo noi stessi anche in ufficio.

Non esiste una persona privata completamente separata da quella professionale.

La qualità della relazione con sé entra anche nelle organizzazioni.

Non puoi dare ciò che non coltivi

È difficile dare pace se dentro coltiviamo guerra.

È difficile offrire fiducia se viviamo dominati dalla paura.

È difficile riconoscere la bellezza dell’altro se ci guardiamo sempre con disprezzo.

È difficile amare liberamente se trattiamo noi stessi come qualcosa da possedere, controllare e correggere continuamente.

Per questo il lavoro interiore non è egoismo.

Può diventare un servizio alle relazioni.

Ogni volta che trasformiamo un automatismo dentro di noi, riduciamo la possibilità di scaricarlo sugli altri.

Ogni volta che impariamo a regolare una paura, smettiamo di chiedere all’altro di farlo interamente al nostro posto.

Ogni volta che diventiamo più consapevoli, portiamo più libertà negli incontri.

Non devi essere “risolto” per amare

Naturalmente tutto questo non significa che dobbiamo diventare perfettamente equilibrati prima di avere relazioni.

Se così fosse, resteremmo tutti soli.

Non dobbiamo essere completamente guariti.

Dobbiamo essere disponibili a guardarci.

Possiamo entrare in relazione con le nostre ferite.

L’importante è sapere, almeno un poco, che esistono.

Poter dire:

“questa paura è mia, anche se il tuo comportamento l’ha attivata.”

“questa aspettativa mi appartiene.”

“qui sto reagendo al presente, ma c’è anche qualcosa del mio passato.”

Questa consapevolezza cambia radicalmente il conflitto.

Non siamo più due persone impegnate soltanto a dimostrare che l’altro ha torto.

Diventiamo due esseri umani che cercano di comprendere che cosa sta accadendo nel loro spazio comune.

Incontrarsi a metà strada

Alla fine torno all’immagine iniziale.

Due persone. Due strade. Un punto di incontro.

La relazione non consiste nel trascinare l’altro dalla nostra parte.

E nemmeno nel percorrere tutta la strada al posto suo.

Consiste nell’assumerci la responsabilità del tratto che ci appartiene.

Arrivare all’incontro il più possibile presenti.

Con le nostre fragilità. Con i nostri desideri.

Con i nostri confini. Con la disponibilità ad ascoltare.

Senza chiedere all’altro di salvarci. Senza pretendere di salvarlo.

Possiamo accompagnarci.

Ed è già moltissimo.

Una domanda da portare con sé

Quando qualcosa non funziona in una relazione, la domanda più immediata è:

“Che cosa dovrebbe cambiare l’altro?”

Proviamo, almeno qualche volta, a sostituirla con:

“Che cosa accade dentro di me in questa relazione?”

Come mi parlo? Che cosa temo?

Che cosa sto chiedendo? Che cosa non sto dicendo?

Sto ascoltando davvero? Sto rispettando i miei confini?

Sto amando questa persona o l’immagine che ho costruito di lei?

Qual è la mia metà della strada?

Non troveremo sempre risposte facili.

Ma potremmo scoprire qualcosa di molto importante:

che la qualità delle nostre relazioni non dipende soltanto dalle persone che incontriamo.

Dipende anche dalla persona che portiamo all’incontro.

E quella persona siamo noi.

Il Cercatore

Questo libro racconta la storia di una ricerca: dei propri limiti, di una forza interiore, di un equilibrio. E dimostra che il talento non è indispensabile per compiere un’impresa.

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