cervello

Il cervello di oggi non è quello di domani

Il cervello con cui ti svegli oggi non sarà esattamente lo stesso con cui andrai a dormire.

Ogni esperienza lascia una traccia.

Una conversazione. Una paura. Una nuova idea. Un gesto ripetuto. Una relazione. Una lettura. Un’emozione intensa. Una scelta compiuta quasi senza accorgertene.

Il cervello è un organo vivo, dinamico, capace di modificare continuamente il modo in cui le sue reti comunicano tra loro. È ciò che chiamiamo neuroplasticità: la capacità del sistema nervoso di adattarsi all’esperienza.

Questo significa qualcosa di molto importante.

Non siamo strutture immobili.

Non siamo condannati a pensare per sempre nello stesso modo, a reagire sempre con gli stessi automatismi, a interpretare ogni esperienza attraverso le lenti che abbiamo costruito nel passato.

Siamo, almeno in parte, esseri in continua trasformazione.

Ogni esperienza ci modifica

Spesso immaginiamo il cambiamento come qualcosa di eccezionale.

Una decisione importante. Una svolta. Un evento traumatico. Un percorso terapeutico. Una grande esperienza spirituale.

Ma gran parte della trasformazione avviene molto più silenziosamente.

Accade nella ripetizione.

Ciò che facciamo spesso tende a diventare più facile da rifare.

Ciò a cui prestiamo continuamente attenzione tende a occupare più spazio nella nostra esperienza.

Le reazioni che ripetiamo diventano familiari.

Le parole che usiamo per raccontarci contribuiscono a consolidare un certo modo di percepirci.

Se ogni giorno diciamo a noi stessi “non sono capace”, quella frase non resta soltanto una sequenza di parole. Diventa progressivamente parte della struttura attraverso cui interpretiamo situazioni, opportunità e difficoltà.

Se invece impariamo a sostituire un automatismo con una risposta più consapevole, stiamo costruendo una possibilità diversa.

Non in un giorno.

Non magicamente.

Ma attraverso la continuità.

Il cervello ascolta ciò che ripetiamo

Le parole hanno un peso.

Quelle che diciamo agli altri.

Quelle che ascoltiamo.

E, soprattutto, quelle che rivolgiamo a noi stessi.

Molte persone vivono dentro un dialogo interiore durissimo.

“Non sei abbastanza.”

“Non ce la farai.”

“Hai sbagliato ancora.”

“Dovresti essere diverso.”

Ripetuto migliaia di volte, questo linguaggio diventa un ambiente interno.

E noi siamo continuamente influenzati dall’ambiente in cui viviamo, anche quando quell’ambiente è fatto di pensieri.

Questo non significa che basti ripetere frasi positive per trasformare ogni cosa. Non credo alla semplificazione secondo cui sia sufficiente “pensare bene” per ottenere automaticamente una realtà migliore.

Il cambiamento autentico richiede esperienza, corpo, azione, relazione, continuità.

Ma il linguaggio con cui interpretiamo ciò che viviamo conta.

Molto.

Perché una stessa difficoltà può essere raccontata interiormente come una condanna o come una fase da attraversare.

Una caduta può diventare prova della nostra incapacità oppure occasione per comprendere.

Un limite può essere vissuto come identità definitiva oppure come condizione presente.

Il fatto resta.

Ma cambia la relazione che abbiamo con quel fatto.

E questo cambia noi.

A cosa stai esponendo la tua mente?

Viviamo in un’epoca in cui siamo immersi in una quantità di stimoli senza precedenti.

Notifiche.

Immagini.

Video.

Notizie.

Commenti.

Pubblicità.

Discussioni.

Contenuti progettati per catturare attenzione.

Ogni giorno permettiamo a decine, forse centinaia di persone che non conosciamo di entrare nella nostra mente attraverso uno schermo.

E spesso non ci chiediamo nemmeno:

che cosa sta facendo tutto questo dentro di me?

Non tutto ciò che guardiamo resta neutro.

Se ci esponiamo continuamente al conflitto, la mente impara a cercare conflitto.

Se siamo sommersi dalla paura, iniziamo a percepire il mondo soprattutto attraverso il rischio.

Se ci confrontiamo senza sosta con vite idealizzate, aumenta facilmente il senso di inadeguatezza.

Se nutriamo continuamente indignazione, il nostro sistema resta in uno stato di attivazione permanente.

La domanda non è quindi soltanto:

“che cosa consumo?”

Ma:

“che tipo di persona sto diventando attraverso ciò che consumo?”

Scegliere è un atto di igiene interiore

Non possiamo controllare tutto ciò che ci raggiunge.

Viviamo dentro una società, lavoriamo, incontriamo persone, siamo esposti a eventi e informazioni che non abbiamo scelto.

Ma abbiamo margini di libertà molto più ampi di quanto spesso crediamo.

Possiamo scegliere che cosa leggere.

Chi ascoltare.

Quanto tempo passare davanti a uno schermo.

Quali conversazioni alimentare.

Quali persone frequentare.

Quali esperienze cercare.

Quali abitudini ripetere.

Possiamo scegliere perfino di non rispondere immediatamente a uno stimolo.

Ed è proprio in questo spazio tra stimolo e risposta che nasce una parte della nostra libertà.

Non siamo responsabili di ogni cosa che entra nella nostra vita.

Ma possiamo diventare più responsabili di ciò che decidiamo di nutrire.

Anche le persone sono ambienti

C’è un aspetto che considero particolarmente importante.

Le persone che frequentiamo diventano, in qualche modo, parte del nostro ambiente neurobiologico ed emotivo.

Non perché siamo copie passive di chi ci circonda.

Ma perché siamo esseri profondamente relazionali.

Il tono emotivo di una relazione ci influenza.

Le parole che riceviamo ci influenzano.

Il sentirci accolti o costantemente giudicati ci influenza.

La sicurezza o la tensione che sperimentiamo in presenza di qualcuno modifica il nostro stato.

Ci sono persone dopo le quali ci sentiamo più vivi.

Altre dopo le quali ci sentiamo prosciugati.

Ci sono relazioni che ampliano.

Altre che restringono.

Questo non significa circondarsi soltanto di persone che la pensano come noi.

Anzi.

Abbiamo bisogno anche di chi ci mette in discussione.

Ma esiste una grande differenza tra essere messi in discussione e vivere continuamente dentro un clima di svalutazione, paura o tossicità relazionale.

Scegliere con chi condividere il proprio tempo è anche scegliere, almeno in parte, ciò a cui il proprio sistema nervoso viene esposto.

Non vediamo la realtà così com’è

Un altro aspetto affascinante riguarda il modo in cui percepiamo il mondo.

Tendiamo a pensare che gli occhi registrino semplicemente ciò che si trova davanti a noi e che il cervello ne produca una copia fedele.

Ma la percezione è molto più complessa.

Ciò che vediamo viene continuamente interpretato.

Il cervello integra informazioni sensoriali con aspettative, memoria, esperienza, emozioni, valori e convinzioni.

Per questo due persone possono vivere lo stesso evento e raccontarlo in modo completamente diverso.

Non perché una delle due stia necessariamente mentendo.

Ma perché non incontriamo mai la realtà da un punto di osservazione completamente neutro.

Portiamo sempre noi stessi nello sguardo.

La nostra storia.

Le nostre ferite.

I nostri desideri.

Le nostre paure.

I nostri pregiudizi.

Le nostre aspettative.

La realtà esterna esiste, naturalmente, ma la nostra esperienza di quella realtà è sempre mediata da chi siamo.

E questa distinzione è fondamentale.

In ciò che guardiamo, incontriamo anche noi stessi

Quando giudichiamo qualcuno, spesso crediamo di descrivere semplicemente quella persona.

Ma quanto di quel giudizio parla anche di noi?

Quanto una caratteristica dell’altro ci disturba perché tocca qualcosa che non abbiamo integrato?

Quanto idealizziamo qualcuno perché proiettiamo su di lui ciò che vorremmo essere?

Quanto interpretiamo un silenzio come rifiuto perché portiamo dentro una storia di abbandono?

Quanto leggiamo un comportamento neutro come minaccia perché il nostro sistema è già in allerta?

Non significa che tutto sia proiezione.

L’altro esiste con i suoi comportamenti reali.

Ma noi lo incontriamo sempre attraverso una lente.

E diventare consapevoli della lente è uno dei grandi passaggi della crescita interiore.

Perché finché crediamo che il nostro modo di vedere coincida semplicemente con “la realtà”, saremo prigionieri delle nostre interpretazioni senza neppure accorgercene.

Cambiare lente non significa negare i fatti

Qui serve attenzione.

Dire che la percezione è costruita non significa sostenere che possiamo inventarci qualsiasi realtà desideriamo.

Non basta immaginare che una situazione sia diversa perché lo diventi.

Ci sono fatti.

Ci sono limiti.

Ci sono conseguenze.

Ci sono condizioni che non dipendono dalla nostra mente.

Ma esiste uno spazio importante tra il fatto e il significato che attribuiamo al fatto.

Ed è lì che possiamo lavorare.

Non posso sempre cambiare ciò che mi è accaduto.

Posso però modificare, col tempo, la relazione che ho con ciò che mi è accaduto.

Non posso cancellare una perdita.

Posso trasformare lentamente il legame con la memoria.

Non posso impedire ogni giudizio altrui.

Posso smettere di lasciare che ogni giudizio determini il mio valore.

Non posso controllare completamente il futuro.

Posso allenare il modo in cui affronto l’incertezza.

È in questo spazio che la plasticità del cervello incontra la responsabilità personale.

Il passato modifica il presente, ma non deve possederlo

Ogni esperienza precedente ha contribuito a costruire il cervello che abbiamo oggi.

In questo senso portiamo il passato dentro il corpo.

Le nostre esperienze hanno modellato aspettative, schemi, reazioni.

Se siamo stati feriti, possiamo diventare più attenti al pericolo.

Se siamo cresciuti in un ambiente imprevedibile, possiamo sviluppare un forte bisogno di controllo.

Se abbiamo ricevuto continuamente critiche, possiamo interiorizzare una voce svalutante.

Comprendere questo è importante.

Ma lo è altrettanto ricordare che ciò che è stato costruito dall’esperienza può, almeno in parte, essere rielaborato da nuove esperienze.

Il passato ha scritto molto.

Ma non necessariamente l’ultima pagina.

Il corpo deve fare esperienza del nuovo

Non basta capire razionalmente.

Questo è un punto che trovo centrale.

Possiamo comprendere perfettamente da dove arriva una paura e continuare ad averla.

Possiamo sapere che una convinzione è irrazionale e restare comunque condizionati.

Perché il cambiamento profondo richiede che il sistema faccia esperienza di qualcosa di diverso.

Se ho imparato che fidarmi è pericoloso, non basterà ripetermi che dovrei fidarmi.

Avrò bisogno di vivere relazioni nelle quali la fiducia viene rispettata.

Se ho trascorso anni pensando di non essere capace, avrò bisogno di affrontare piccoli compiti che mi mostrino concretamente il contrario.

Se il mio corpo vive costantemente in allerta, avrò bisogno di sperimentare ripetutamente stati di sicurezza, respiro, rilassamento, presenza.

La trasformazione non avviene soltanto nella testa.

Avviene nell’intero organismo.

La libertà non è essere senza condizionamenti

Nessuno di noi è completamente libero dai condizionamenti.

Siamo il prodotto di una biologia, di una storia, di una famiglia, di una cultura, di un ambiente.

Ma consapevolezza significa poter vedere almeno una parte di questi condizionamenti.

E ciò che vediamo può essere interrogato.

“Perché penso questo?”

“Questa convinzione mi appartiene davvero?”

“Questa reazione è necessaria oggi o appartiene a un vecchio schema?”

“Questa abitudine mi sta ancora servendo?”

“Quale parte di me sta scegliendo?”

In questo senso la libertà non è assenza di influenze.

È aumento della possibilità di scelta.

Più divento consapevole dei miei automatismi, meno devo obbedire loro ciecamente.

Siamo anche creatori di noi stessi

Non ci siamo creati da soli.

Abbiamo ricevuto un corpo, una storia, un patrimonio genetico, un ambiente, circostanze che non abbiamo scelto.

Siamo creature.

Ma siamo anche, in parte, creatori.

Ogni giorno partecipiamo alla costruzione della persona che saremo domani.

Attraverso ciò che ripetiamo.

Ciò che impariamo.

Ciò che frequentiamo.

Le parole che usiamo.

Il modo in cui trattiamo il corpo.

Il modo in cui affrontiamo le emozioni.

La qualità delle relazioni che coltiviamo.

Non possiamo creare qualsiasi cosa.

Ma possiamo partecipare.

Ed è una responsabilità enorme e, nello stesso tempo, una possibilità bellissima.

Il Kaizen della della mente ( Kaizen è una parola giapponese composta da due caratteri kanji, kai “cambiamento, miglioramento” e zen “buono, migliore,” e significa cambiare in meglio, miglioramento continuo)

Ho sempre sentito vicino il principio del miglioramento continuo.

Piccoli passi.

Piccole modifiche.

Costanza.

Non serve trasformare tutto domani mattina.

Anche il cervello apprende attraverso ripetizioni.

Una nuova abitudine.

Un nuovo modo di respirare prima di reagire.

Dieci minuti senza telefono.

Una passeggiata.

Una conversazione più autentica.

Una lettura che apre la mente.

Una scelta alimentare più consapevole.

Un momento quotidiano di silenzio.

Un grazie.

Un perdono iniziato.

Un pensiero automatico finalmente osservato prima di essere creduto.

Sembrano cose piccole.

Ma una vita è costruita soprattutto dalla ripetizione delle piccole cose.

Chiediti cosa stai allenando

Ogni giorno alleniamo qualcosa.

Anche quando non ce ne rendiamo conto.

Se ci lamentiamo continuamente, stiamo allenando la lamentazione.

Se reagiamo sempre d’impulso, stiamo allenando la reattività.

Se controlliamo ossessivamente, stiamo allenando il bisogno di controllo.

Se invece pratichiamo la presenza, alleniamo presenza.

Se cerchiamo motivi di gratitudine, alleniamo lo sguardo a riconoscerli.

Se impariamo ad ascoltare prima di giudicare, alleniamo comprensione.

La domanda diventa allora:

che cosa sto allenando ogni giorno dentro di me?

È una domanda più utile di “chi sono?”

Perché “chi sono” rischia di trasformarsi in una definizione rigida.

“Che cosa sto allenando?” ci ricorda invece che siamo processi in movimento.

Domani non sei ancora completamente scritto

Forse questa è la parte che trovo più bella nella neuroplasticità.

Ci ricorda che il futuro non è totalmente determinato dal passato.

Non è una promessa di onnipotenza.

È una possibilità.

Il cervello di domani porterà certamente traccia di ciò che sei stato.

Ma porterà anche traccia di ciò che scegli di vivere oggi.

Delle persone che incontri.

Delle esperienze che fai.

Delle parole che ascolti.

Delle abitudini che modifichi.

Della qualità di attenzione che coltivi.

Per questo dobbiamo avere cura di ciò che lasciamo entrare in noi.

Non per costruire una bolla protetta.

Ma perché l’attenzione è una risorsa preziosa.

Dove la portiamo, qualcosa viene nutrito.

La domanda finale

Forse non possiamo scegliere completamente la realtà dentro cui nasceremo domani.

Ma possiamo chiederci:

Quali pensieri sto rafforzando?

Quali persone sto lasciando entrare profondamente nella mia vita?

Quali immagini sto consumando?

Quali parole continuo a ripetermi?

Quali emozioni sto alimentando?

Quali esperienze nuove mi sto concedendo?

Sto costruendo una mente più aperta o più rigida?

Più curiosa o più impaurita?

Più presente o più dispersa?

Il cervello di domani non sarà identico a quello di oggi.

E nemmeno tu lo sarai.

La domanda è:

in quale direzione stai partecipando alla tua trasformazione?

Perché non possiamo controllare tutto ciò che ci modifica.

Ma possiamo diventare molto più consapevoli di ciò che scegliamo di nutrire.

Ed è proprio in questa possibilità di scelta, piccola, quotidiana, imperfetta ma reale, che abita una parte profonda della nostra libertà.

Il Cercatore

Questo libro racconta la storia di una ricerca: dei propri limiti, di una forza interiore, di un equilibrio. E dimostra che il talento non è indispensabile per compiere un’impresa.

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